Storia di Gnicche, il brigante gentiluomo
Federigo Bobini detto Gnocche visse nella seconda metà del 1800 ad Arezzo.E’ conosciuto come il più famoso brigante della città di Arezzo.
Conosciuto dai Carabinieri fin dall’età di 19 anni si fece notare subito per un furto di denaro al ‘babbo’ il quale lo denunciò, per tutta risposta Gnicche se ne andò da casa per alcuni giorni. Non appena tornato dal padre ci litigò violentemente e venne arrestato.
Nonostante ciò il brigante non lasciò il crimine. Anzi, incrementò le sue rapine nelle case delle campagne aretine, venne processato e incriminato più volte. Il vizio del gioco, le carte, le donne erano la sua bandiera e il suo immancabile coltello facevano di lui il terrore delle campagne aretine. Tale coltello pare che si trovi ancora in una villa cortonese, lo lasciò come pegno d'onore al proprietario della casa che lo accusò di ‘barare’ e, lui da gentiluomo e giocatore quale era, glielo porse in segno d’onore.Sembra che Gnocche oltre che essere un gentiluomo con le donne, fosse una sorta di Robin Hood in versione aretina in quanto risulta che parte delle sue ruberie ancùdassero poi in favore dei poveri. La verità rimane comunque nascosta, forse il fatto di donare ai poveri era un pretesto di Gnicche per giustificare le sue efferatezze, era un bandito molto pericoloso e temuto da tutti. Altra passione di Gnocche era il ballo, sembra che una sera vicino alla Fortezza Medicea fosse stata allestita una balera e, dalla gran voglia di ballare il bandito decise di camuffarsi, costrinse una gentildonna a spogliarsi dei suoi abiti per rubarglieli a sua volta e travestirsi da signora. Il ladro danzò così per tutta la notte. Viveva sovente nelle campagne intorno ad Arezzo dove si rifugiave per non farsi trovare dai gendarmi. Venne imprigionato e scappò più volte dalle prigioni venne anche accusato di omicidio.per morire poi in un casolare di Tegoleto, a pochi chilometri d’Arezzo durante uno scontro con i carabinieri.
Federigo Bobini detto Gnocche visse nella seconda metà del 1800 ad Arezzo.E’ conosciuto come il più famoso brigante della città di Arezzo.
Conosciuto dai Carabinieri fin dall’età di 19 anni si fece notare subito per un furto di denaro al ‘babbo’ il quale lo denunciò, per tutta risposta Gnicche se ne andò da casa per alcuni giorni. Non appena tornato dal padre ci litigò violentemente e venne arrestato.
Nonostante ciò il brigante non lasciò il crimine. Anzi, incrementò le sue rapine nelle case delle campagne aretine, venne processato e incriminato più volte. Il vizio del gioco, le carte, le donne erano la sua bandiera e il suo immancabile coltello facevano di lui il terrore delle campagne aretine. Tale coltello pare che si trovi ancora in una villa cortonese, lo lasciò come pegno d'onore al proprietario della casa che lo accusò di ‘barare’ e, lui da gentiluomo e giocatore quale era, glielo porse in segno d’onore.Sembra che Gnocche oltre che essere un gentiluomo con le donne, fosse una sorta di Robin Hood in versione aretina in quanto risulta che parte delle sue ruberie ancùdassero poi in favore dei poveri. La verità rimane comunque nascosta, forse il fatto di donare ai poveri era un pretesto di Gnicche per giustificare le sue efferatezze, era un bandito molto pericoloso e temuto da tutti. Altra passione di Gnocche era il ballo, sembra che una sera vicino alla Fortezza Medicea fosse stata allestita una balera e, dalla gran voglia di ballare il bandito decise di camuffarsi, costrinse una gentildonna a spogliarsi dei suoi abiti per rubarglieli a sua volta e travestirsi da signora. Il ladro danzò così per tutta la notte. Viveva sovente nelle campagne intorno ad Arezzo dove si rifugiave per non farsi trovare dai gendarmi. Venne imprigionato e scappò più volte dalle prigioni venne anche accusato di omicidio.per morire poi in un casolare di Tegoleto, a pochi chilometri d’Arezzo durante uno scontro con i carabinieri.
Perfino Francesco Guccini ha dedicato un saggio al noto ladro aretino ce si intitola: Vita e morte del brigante Bobini detto "Gnicche"
Ecco una breve strofa che racconta la morte del brigante messa in rima da Federico Fantoni:
Chiama il soldato con parola umìle:
Ora si credo che la morte viene,
E non giova revolver, né fucile.
Ti lascio l'orologio e tasche piene,
E lo schioppo e revolver e lo stile,
Benché tu m'abbia percosso e ucciso
Ti perdono... e t'aspetto in Paradiso!
